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Una economia in transizione


Nella prima metà del XIX secolo, la scienza riuscì a dare una spiegazione accettabile all’annoso problema del movimento dei fluidi. Già gli antichi si chiesero perché a volte i fiumi scorressero quasi lineari, mentre altre volte si creassero dei vortici. Ancora oggi utilizziamo i risultati degli studi e dell’intuizione di Claude-Louis Navier e George G. Stokes, per esempio ogni qual volta saliamo su un aereo oppure consultiamo il meteo prima di una vacanza. Risultati parziali, perché l’esistenza di soluzioni tridimensionali delle equazioni di Navier-Stokes non è ancora provata e – facendo parte dei sette quesiti del Millenium Prize – verrebbe ricompensata con $1mio. Non vorrei divagare troppo sugli aspetti matematici dei fluidi, ma vorrei comunque richiamare l’attenzione del lettore al cosiddetto “numero di Reynolds”, che farà da ponte alle mie considerazione sull’economia. Essenzialmente, il numero di Reynolds è il quoziente tra velocità e viscosità di un fluido. Quando questo quoziente è basso – cioè il fluido è molto viscoso o si muove lentamente – abbiamo una dinamica laminare, il fluido si “comporta bene”. Con l’aumentare del numero di Reynolds, per esempio ad alte velocità di flusso, invece il fluido manifesta un comportamento turbolento.

Bene. Dopo questo preambolo, vorrei evidenziare come un mercato finanziario che si muove lentamente, magari caratterizzato da solidi argini monetari e fiscali, nonché da una regolamentazione inattaccabile, ha caratteristiche simili a un fiume che scorre “lento e placido”. Le contrattazioni vengono effettuate senza frizioni e gli inevitabili shock esogeni vengono assorbiti senza ulteriori ripercussioni. Siamo di fronte a un mercato a bassa velocità, a bassa volatilità. Quasi noioso. Un mercato laminare, insomma. Ma come sappiamo, i mercati sono imprevedibili e lunghe fasi di bassa volatilità vengono tipicamente seguite da fiammate di rischio. In analogia al movimento dei fluidi, un aumento del numero di Reynolds comporta il rischio di una instabilità del flusso e da luogo a turbolenza. Per esempio, una banca centrale che sottrae liquidità ai mercati può provocare un repentino collasso della “viscosità” del sistema, generando così instabilità e incertezza. Senza dimenticare che l’instabilità da luogo una contro-reazione degli investitori, che aumentano la velocità e il volume di scambio per ribilanciare i portafogli al nuovo livello di rischio. Facendo così aggiungono benzina sul fuoco della turbolenza: Un processo a feedback positivo, che a noi economisti – templari della marginalità e dei ritorni decrescenti – proprio non piace. 

Al momento ci troviamo a fronteggiare proprio questo scenario: le banche centrali drenano quella liquidità che tanto ha contribuito alle performance post Grande Crisi Finanziaria. La transizione da un mercato laminare a uno turbolento non è senza costi, che essenzialmente riflettono la necessità di ribilanciamento dei portafogli al nuovo regime di inflazione e tassi di interesse. Ogni transizione comporta dei costi aggiuntivi, ogni transizione è turbolenta. Ma c’è anche un aspetto positivo: Una volta completata la transizione, cioè una volta ristabilito un equilibrio tra attività e passività (leggi: leva finanziaria) che soddisfi tutti, la transizione è da considerarsi completata e il mercato torna ad un regime laminare, rallenta. Questo succede indipendentemente dal livello dei tassi di interesse. È infatti la velocità con cui variano i tassi di interesse a influenzare l’aggiustamento dei mercati, non tanto il livello assoluto dei tassi. Per osare una analogia con il mondo naturale, un fiume può scorrere tranquillamente a dieci come a cento metri sul livello del mare, ma per passare velocemente da 100 a 10 metri è necessaria una transizione turbolenta. Il cambio di pendenza e di velocità di flusso genera le cosiddette rapide. Sta quindi a noi investitori tentare di stabilire “quanto lavoro ci sarà ancora da fare” (per citare liberamente Lagarde durante la conferenza stampa del 15 dicembre 2022), ma perlomeno sappiamo che alla fine del processo di tightening delle banche centrali si prospettano condizioni di mercato meno turbolente…sempre che nel frattempo non sopraggiunga un ulteriore shock esogeno. Ma si sa, la chiaroveggenza non fa parte del bagaglio di un economista.

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    AXA IM e BNP Paribas Asset Management stanno progressivamente fondendo e semplificando le loro entità legali per creare una struttura unificata. AXA Investment Managers è entrata a far parte del Gruppo BNP Paribas nel luglio 2025. A seguito della fusione di AXA Investment Managers Paris e BNP Paribas Asset Management Europe e delle rispettive holding, avvenuta il 31 dicembre 2025, le società combinate operano ora sotto il marchio BNP Paribas Asset Management Europe.

     

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