Investment Institute
La Versione di Iggo

Tutto più verde

  • 12 Novembre 2021 (5 min di lettura)

Probabilmente c’è ancora molta strada da fare se vogliamo impedire alle temperature globali di superare i livelli preindustriali di oltre 1,5°C. Nonostante gli impegni presi alla COP26, è verosimile che dovremo affrontare più frequentemente eventi climatici estremi, con conseguenze sulle imprese e sulle comunità. I policymaker devono fare di più. Per gli investitori, la buona notizia è che stiamo mobilitando i capitali per facilitare il processo di transizione e le aziende stanno sviluppando tecnologie più sostenibili. Indubbiamente ci stiamo dirigendo verso un’economia più verde che comporterà anche fantastiche opportunità di investimento. 

Sono tutte chiacchiere?

Per capire se la COP26 ha avuto successo basta rispondere a una semplice domanda: ha contribuito a un’effettiva riduzione delle emissioni nette nonché a bloccare l’innalzamento delle temperature globali non oltre 1,5°C entro il 2050? Non potendo rispondere oggi a questa domanda, dobbiamo fare affidamento sull’analisi scientifica e sul buon senso per concludere se 1) gli impegni presi dai leader mondiali a Glasgow sono sufficienti e saranno messi in pratica e 2) se gli impegni presi e gli interventi concreti ci consentiranno di raggiungere il target del 2050.

Qualche grado

Tra gli aspetti positivi, secondo alcune ricerche durante questo secolo le temperature globali raggiungeranno il picco a 1,9°C. Climate Resource in un rapporto cita una ricerca dell’Università di Melbourne basata sugli impegni presi dai Paesi in vista della COP26. Presupponendo che tali impegni si concretizzino (compreso il contributo deciso a livello nazionale da India e Cina), c’è una probabilità del 50% di restare entro un innalzamento delle temperature di 2°C rispetto alla stima di 2,7°C del Programma ambientale delle Nazioni Unite, formulata sulla base degli impegni presi fino a qualche settimana fa. Si tratta dunque potenzialmente di una buona notizia. 

Occhi puntati su 4 Paesi

Gli ottimisti si sentono incoraggiati dagli accordi presi sulla deforestazione, dai piani per ridurre le emissioni di metano nonché l’uso di carbone. In conclusione della COP26 è arrivato l’annuncio che Stati Uniti e Cina lavoreranno insieme alla riduzione delle emissioni di gas serra. È necessario che lo facciano. I due Paesi sono i principali emittenti di gas serra, seguiti da India e Russia. Certo non è incoraggiante il fatto che nessuno di questi quattro Paesi si sia di fatto impegnato all’azzeramento delle emissioni nette entro il 2050, né abbia siglato l’accordo per l’eliminazione del carbone. Possiamo solo sperare che gli obiettivi intermedi e la collaborazione portino a un calo significativo delle emissioni nel breve periodo e negli anni che ci separano dalla metà del secolo. Al momento però gli obiettivi intermedi non sono convincenti, vanno presi impegni più formali per la riduzione delle emissioni durante questo decennio.

Non possiamo ignorare la politica

Nel complesso direi che è stato fatto qualche passo avanti, ma non abbastanza da essere certi di poter centrare gli obiettivi di Parigi. Comprendiamo perché gli attivisti siano scettici nei confronti degli impegni ufficiali, c’è la sensazione che i leader dei principali Paesi non puntino abbastanza in alto e vengano frenati da considerazioni politiche interne, dagli interessi acquisiti molto forti e da preoccupazioni geopolitiche. Possiamo essere certi che l’attuale leadership politica in Brasile metta fine alla deforestazione dell’Amazzonia, considerata l’importanza dell’allevamento di bestiame e della produzione di soia per l’economia del Paese? Possiamo credere nell’impegno degli Stati Uniti qualora ci fosse un’altra svolta politica alle elezioni del 2024? Per esempio, non sono stati fatti passi concreti per ridurre l’uso del carbone da parte dei principali consumatori di questa fonte di carburante.

Ottimismo

Ho partecipato al World Climate Summit (Investment COP) a Glasgow con altri colleghi. Di una cosa possiamo essere certi, il settore privato sta facendo molto. Grazie alle pressioni degli investitori e dei clienti, numerose società in diversi settori stanno sviluppando nuove tecnologie e passando a modelli operativi in vista dell’azzeramento delle emissioni nette. Si è parlato della flessione dei costi delle centrali eoliche offshore. Ho assistito alla presentazione di una società che ha illustrato una tecnologia che utilizza fibre tessili riciclate e cellulosa per produrre nuovi tessuti per il settore dell’abbigliamento (sembra che oggi solamente l’1% dei tessuti venga riciclato mentre il resto finisce in discarica o nei mercatini dell’usato). La tecnologia sta facendo passi da gigante, e produrre facendo un uso meno intensivo di carbonio sta diventando più conveniente.

Opportunità

Il settore privato non può fare tutto da solo, e la strada è ancora lunga. Servono politiche e norme più chiare, affinché i governi gestiscano tasse e sussidi con maggiore efficacia e affinché i finanziamenti e i piani condivisi producano le infrastrutture necessarie per passare rapidamente a un’economia low carbon. La mobilitazione della finanza verde sarà importante in questo senso, i capitali controllati da investitori, gestori patrimoniali e banche che puntano sugli investimenti sostenibili sono in aumento. Come ho già scritto più volte, ciò apre enormi opportunità di investimento nelle società che si distinguono in ambito climatico e che stanno sviluppando soluzioni tecnologiche per affrontare i cambiamenti climatici e nelle società all’avanguardia nel processo di transizione verso business model più sostenibili. In parte ciò comporta un’esposizione nelle tecnologie che contribuiscono al cambiamento come i veicoli elettrici, le batterie, l’energia rinnovabile, l’idrogeno e così via. Ma significa anche utilizzare le tecniche ESG per identificare le società che stanno introducendo cambiamenti al fine di ridurre la loro impronta ecologica. Un produttore di calzature ha cambiato le dimensioni delle scatole per scarpe al fine di ottimizzare lo spazio nelle spedizioni via container. Utilizzando meno spazio, si risparmia in CO2. Tali iniziative verranno considerate in fase di valutazione dei fattori ESG (e dovrebbero esserlo), consentendo alle aziende di attirare i capitali di investitori orientati alla sostenibilità.

Il prezzo delle emissioni

Il settore privato ha chiesto ai leader mondiali di concordare un sistema per attribuire un costo alle emissioni di gas serra. Ne ho sentito parlare molto alla conferenza e ho assistito online a una discussione durante la COP sull’innovazione che riguardava l’idrogeno dove tutti gli speaker auspicavano un sistema di attribuzione del costo delle emissioni. Al momento non si è ancora giunti a un accordo. È però fondamentale che si trovi un’intesa. Il carbon pricing, sotto forma di una tassa sulle emissioni o un sistema “cap and trade” (che stabilisce un tetto massimo complessivo alle emissioni consentite), internalizza i costi derivanti dalle emissioni di anidride carbonica. Ciò significa che un generatore di energia che utilizza un carburante fossile dovrà incorporare nella sua base di costo il costo delle emissioni. L’azienda registra un calo del margine di utile oppure trasferisce il costo ai consumatori, e in ogni caso l’impresa risulta meno appetibile. L’aumento del costo dei carburanti fossili correlato all’inserimento del costo delle emissioni renderebbe più interessanti le fonti di energia rinnovabili. Questo non vale solo per l’energia ma anche per altri settori. Col tempo produrrebbe effetti più significativi nelle aree più problematiche, come la produzione dell’acciaio e i trasporti a lungo raggio. Dato che il prezzo dei processi basati su carburanti fossili aumenta, la tecnologia sta riducendo il costo delle fonti alternative, e ciò contribuirà in misura rilevante al processo di decarbonizzazione nell’economia reale.

Il costo della transizione

Un altro punto emerso dalle discussioni è che la transizione è costosa in termini degli investimenti necessari. Il costo potrebbe inoltre dipendere dal fatto che farebbe salire il prezzo di alcuni beni e servizi, soprattutto nel caso in cui venga imposto un cambiamento da parte delle autorità prima che sia avvenuta un’evoluzione sufficiente dei mercati competitivi in ambito low carbon o delle rinnovabili. Questa settimana ho letto una ricerca che metteva in correlazione lo spostamento dei capitali dai grandi emittenti di gas serra, che determina un aumento del costo del capitale e una riduzione degli investimenti sostitutivi. La capacità risulterà pertanto limitata in alcuni settori, come sembrano dimostrare i problemi attuali nel campo dell’energia. La politica non ha ancora neppure iniziato ad affrontare il problema dei costi per i Paesi e le famiglie a basso reddito, auto elettriche, riscaldamento domestico, trasporti di base, abitazione nei Paesi emergenti. Va affrontato un costo sociale enorme, a meno che non siamo disposti a tollerare i costi umani ed economici molto più elevati derivanti da un innalzamento delle temperature oltre 2°C.

Inflazione

I mercati sono preoccupati per l’inflazione, e a ragione, considerato l’aumento del 6,2% su base annua dei prezzi al consumo negli Stati Uniti a ottobre. In circa 40 anni, l’inflazione negli Stati Uniti ha superato il 5% solo in tre occasioni, tra cui oggi. Dopo i precedenti due casi è scesa bruscamente, e io non sono convinto che le nostre economie siano tornate alla struttura istituzionale che sostenne l’inflazione più alta prima dell’inizio degli anni ‘80. Eppure, ai problemi nella catena di distribuzione, agli effetti di base e alla domanda robusta potrebbero sommarsi gli effetti dei prezzi correlati ai cambiamenti strutturali in vista di un mondo low carbon. Indubbiamente i mercati continueranno su questa strada finché le banche centrali non inizieranno ad alzare i tassi di interesse, e questo sembra profilarsi come il tema centrale del 2022.

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