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La Versione di Iggo

Più sociali

  • 18 Febbraio 2022 (7 min di lettura)

L’inflazione sta mettendo a repentaglio i rendimenti reali degli investimenti, ma sta anche accentuando le disuguaglianze sociali. L’aumento dei costi dell’energia e degli alimentari ricade in misura sproporzionata sulle fasce di reddito più basse. Anche il ceto medio risente però della stretta, e ne risentirà ancora di più con il rialzo dei tassi di interesse. Tutto ciò va ad aggiungersi alle problematiche sociali emerse con la pandemia. Gli investitori, più attenti ai cambiamenti climatici nelle strategie di investimento, devono ora rivolgere la stessa attenzione alle tematiche sociali. Dobbiamo contribuire a una “giusta transizione”, altrimenti rischiamo dannose ripercussioni a livello politico.

 

Tiriamo la cinghia

È indubbio che il costo della vita sia in aumento. La scorsa settimana la stampa britannica ha riferito che il prezzo al dettaglio della benzina ha raggiunto il massimo storico. Il rapporto di gennaio sull’inflazione segnala un aumento annuale dei prezzi al consumo nel Regno Unito del 5,5%, con un’inflazione dei prezzi al dettaglio del 7,8%, il livello massimo dal 1990. Nel 2020 l’argomento principale di ogni conversazione era il COVID, mentre oggi è l’inflazione. Il timore è che non sia finita qui. Ad aprile verrà tolto il price cap sulle bollette, la soglia massima consentita per il prezzo dell’energia, e le bollette del riscaldamento saliranno. Aumenteranno inoltre i contributi previdenziali per la maggior parte dei lavoratori. Anche chi ha un debito al consumo o un mutuo ipotecario a tasso variabile probabilmente dovrà pagare interessi più alti. È una combinazione di fattori che ha portato a riflettere sulle possibili ripercussioni sulla fiducia dei consumatori e sui rischi di una recessione nel prevedibile futuro. Il rialzo dei tassi di interesse e l’aumento dei costi dell’energia raramente sono una combinazione positiva per la crescita economica.

 

Un duro colpo

Come sempre in economia, ci sono diversi livelli e ritmi di cambiamento. Nel Regno Unito, come in altre economie, l’inflazione è stata bassa negli ultimi anni, mantenendo i prezzi su livelli relativamente stabili. Nel contempo i salari aggregati sono saliti. Tra il 2014 e la fine del 2021, i salari nell’intera economia sono saliti di poco più del 25% mentre l’indice dei prezzi al consumo è salito del 16%, del 6% nell’ultimo anno. Vero è che l’anno scorso c’è stata un’accelerazione dei prezzi rispetto alla crescita dei salari che ha gravato sul reddito reale delle famiglie. Siamo però lontani dalla situazione degli anni ‘70 quando io ero un ragazzo e l’inflazione superava costantemente la crescita dei salari. E c’era effettivamente carenza di carburante e la disoccupazione era in aumento. A livello dell’intera economia, la situazione oggi non è così grave e le famiglie in genere hanno goduto dell’aumento dei salari reali negli ultimi anni.

 

E la spesa?  

Nel Regno Unito i consumi sono saliti del 7,9% lo scorso anno e le stime di consensus per il 2022 indicano una crescita del 3,4%. Non sono segnali di recessione. Resta da vedere se tali previsioni non siano troppo ottimiste. I dati sui consumi degli ultimi mesi non hanno seguito una dinamica chiara per via degli effetti della variante Omicron e dell’aumento dei casi di Covid tra novembre e febbraio. La Bank of England è evidentemente preoccupata delle ripercussioni sulla spesa, infatti nel recente rapporto sull’inflazione ha indicato che l’inflazione e i tassi di interesse potrebbero scendere nel periodo oggetto della previsione. I timori riguardano anche l’economia globale, soprattutto se i prezzi di alimentari ed energia restano alti.

 

Effetti sproporzionati

L’inflazione ricade in misura sproporzionata sulle fasce a più basso reddito, mentre l’aumento dei prezzi di alimentari e carburante, i tagli ai sussidi e l’aumento dei contributi previdenziali si riverseranno sul reddito reale. Ciò va ad aggiungersi alle problematiche sociali emerse con la pandemia che riguardano soprattutto i cittadini a più basso reddito. La pandemia ha reso più evidenti le disuguaglianze a livello delle cure sanitarie e dei servizi sociali, dell’educazione e della qualità delle case. Anche se la disoccupazione è in calo, durante la pandemia i settori che hanno risentito maggiormente dei lockdown sono stati retail e hospitality, e dunque le fasce di lavoratori più sottopagati. Per molti, lavorare da casa o traslocare grazie alla flessibilità offerta dalle nuove tecnologie non era un’opzione praticabile.

 

Le distorsioni della ricchezza

Le crisi dell’economia, dei servizi pubblici e del lavoro hanno gravato in misura sproporzionata sui cittadini coi redditi più bassi, che non hanno neppure beneficiato degli effetti positivi sulla ricchezza. Infatti, strumenti finanziari e beni reali sono nelle mani dei più ricchi. Gli aiuti del governo hanno sostenuto i cittadini più colpiti dalla pandemia, ma si è trattato di contributi temporanei, nulla a confronto con il sostegno a più lungo termine derivante dalla ricchezza accumulata. Non voglio drammatizzare troppo, ma ancora oggi molti fanno ricorso al banco alimentare, mentre nel settore finanziario si distribuiscono bonus record. La disuguaglianza sembra peggiorata durante la pandemia.

 

Attenzione al sociale

Detto questo, nell’ambito dei fattori ESG occorre prestare maggiore attenzione agli aspetti sociali. Gli investitori hanno considerato nei portafogli gli obiettivi di azzeramento delle emissioni nette per combattere i cambiamenti climatici, oggi va prestata più attenzione ai problemi sociali, oltre ad assicurarci che la transizione a un’economia a bassa intensità di carbonio sia anche giusta. È un tema complesso, gli investitori devono però tenere in considerazione in che modo le aziende in cui investono gestiscono il capitale umano nonché il loro impatto sulla società civile. Oltre a valutare l’impatto ambientale, diventa sempre più importante il modo in cui si gestiscono diversità e inclusione, il divario retributivo tra uomo e donna, la qualità dei benefit aziendali, i reclami interni, la formazione e il benessere dei lavoratori, oltre a molti altri fattori. Ci sono aspetti locali e globali da considerare. Dobbiamo essere consapevoli degli effetti che possono avere le catene di distribuzione globali sui diritti dei lavoratori e sulle comunità, oltre al trattamento dei lavoratori in tutto l’indotto. 

 

Rischi  

Le disuguaglianze alimentano la rabbia che si può poi incanalare a livello politico. Molti esperti concorderanno sul fatto che la ripresa iniqua dopo la crisi finanziaria globale abbia contribuito a piantare i semi del populismo che si è diffuso nel decennio seguente. Lo stesso potrebbe accadere nella fase di ripresa dal Covid, c’è il rischio che qualche forza oscura cerchi di sabotare i tentativi di rendere il futuro più equo e sostenibile. Nel Regno Unito si parla di gruppi di pressione che vorrebbero un referendum sui piani del governo per l’azzeramento delle emissioni nette. Le proteste contro i vaccini e le restrizioni per il Covid possono far leva su chi è stato lasciato indietro dopo la crisi degli ultimi due anni.

 

Guida politica

Gli investitori possono assicurarsi di investire nelle società che si prendono cura dei loro lavoratori, in termini di formazione, sviluppo e pari opportunità. Anche i governi devono occuparsi maggiormente di questioni che appaiono abbastanza ovvie. Basta guardare la situazione attuale. Alle famiglie viene chiesto di pagare di più per carburanti da fonti che dovremmo dismettere, e di pagare per migliorare l’efficienza energetica. Nel contempo ci sono fornitori di energia locali che registrano utili record. Con questo non sto dicendo che bisogna aumentare le tasse per le società dell’energia, ma che i governi devono essere ben consapevoli della situazione. La rivoluzione verde deve convincere cuori e menti, se i cittadini pensano di doverne pagare il prezzo, crescerà il dissenso politico.

 

Fattori ambientali e sociali

Ho sempre creduto che la rivoluzione verde possa avere effetti sociali estremamente positivi, con il calo dei costi dell’energia, una maggiore decentralizzazione delle attività economiche, nuovi lavori e nuove competenze. Ora che gli investitori sono pronti a investire nelle società che facilitano la transizione e nelle nuove tecnologie, assicuriamoci che tengano conto anche delle ripercussioni sui dipendenti attuali e futuri e sulle comunità in cui vivono.  

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