Guerra, climate change e inflazione: continua il rally delle materie prime e torna lo spettro del protezionismo alimentare

  • 14 Luglio 2022 (5 min di lettura)

L’India, la Malesia, ma anche l’Argentina e l’Egitto: sono ormai oltre una ventina i Paesi che hanno bloccato l’export di materie prime alimentari. Il rischio è di innescare ritorsioni di altri Stati e guerre commerciali sul cibo, alimentando l’inflazione. Ecco cosa sta accadendo.

Sembrano lontani anni luce i giorni di aprile nei quali il primo ministro indiano, Narendra Modi, aveva generosamente offerto aiuto ai Paesi in crisi alimentare. «Siamo pronti a mandare assistenza domani stesso», aveva dichiarato il capo del Governo del secondo maggior produttore mondiale di grano dopo la Cina. E in effetti, nell’anno mobile chiuso a marzo, Nuova Delhi aveva esportato qualcosa come 7 milioni di tonnellate di grano, un record per il Subcontinente. Ma poche settimane dopo è arrivata la clamorosa retromarcia: l’India ha vietato l’esportazione di grano e di zucchero a causa delle eccezionali ondate di caldo che hanno danneggiato i raccolti mettendo «a repentaglio la sicurezza alimentare nazionale», come ha spiegato il ministro del Commercio.

 

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Fonte: Onu (dati 2020)

 

L’India ha così seguito l’esempio dell’Indonesia, che in aprile aveva vietato le vendite all’estero di olio di palma (di cui è la maggior produttrice) salvo poi ripensarci qualche settimana dopo, e della Malesia, che ha bloccato le esportazioni estere di pollame, in buona parte diretto a Singapore. È la punta dell’iceberg di un fenomeno che sta diventando inquietante: secondo l’Organizzazione Mondiale del Commercio, sono almeno una ventina i Paesi che hanno sospeso l’export di derrate alimentari.

 

Le guerre commerciali del cibo

Nell’anno della guerra tra Russia e Ucraina il protezionismo alimentare sta diventando realtà. Qualche episodio si era registrato anche prima del conflitto, per esempio con l’Argentina che dall’anno scorso ha sospeso l’export di carne per cercare di raffreddare l’inflazione. Ma è con il conflitto tra i due granai d’Europa, con il balzo dell’inflazione e con i 25 milioni di tonnellate di cereali ucraini bloccati nei porti del Mar Nero che la sicurezza alimentare è diventata un problema scottante. Il tutto mentre in giugno il World Food Programme dell’Onu ha avvertito che nel mondo sono ben 750 milioni le persone che rischiano di morire di fame. E parte dell’Asia, ancora traumatizzata dalla crisi alimentare del 2007-2010, è corsa ai ripari bloccando le esportazioni.

 

Tra climate change, inflazione e colli di bottiglia

«Clima, demografia, abitudini di consumo alimentare, colli di bottiglia nella supply chain e prezzo delle materie prime: sono tanti i fattori che, assieme alla guerra in Ucraina, stanno alimentando il protezionismo alimentare», spiega Alessandro Tentori, Chief Investment Officer di AXA IM. «Pensiamo per esempio al problema della siccità in Italia, che impedisce di compensare la carenza di derrate provenienti da Ucraina e Russia con la produzione nazionale. Oppure al prezzo dell’energia, che rende più costosi i fertilizzanti e di conseguenza i cereali».

A pesare sono anche i cambiamenti delle abitudini di consumo. «La crisi alimentare del 2007 è stata amplificata anche dai nuovi gusti alimentari in Cina - sottolinea Tentori - dove la classe media emergente ha iniziato a preferire il pane al riso. Il che si è tradotto in un aumento del prezzo del grano, perché la Cina (entrata nell’Organizzazione mondiale del Commercio) poteva importare derrate in grandi quantità».

 

Il fattore politico

La sicurezza alimentare è diventata un tema politico che si fa sentire durante le tornate elettorali, soprattutto nei Paesi emergenti votati all’export. La Malesia, per esempio, ha bloccato le vendite di galline agitando il tema del “nazionalismo alimentare” in vista delle elezioni di inizio 2023, per strizzare l’occhio alla maggioranza musulmana che non consuma carne di maiale e che si nutre soprattutto di pollame. «Il politico di turno promette di mantenere le materie prime alimentari in patria per ottenere consenso - spiega l’economista di AXA IM - in barba ai principi commerciali ricardiani. Attenzione però, perché sul lungo periodo queste barriere possono alimentare nuove fiammate inflazionistiche, moltiplicando i problemi anziché ridurli».

 

Un’arma a doppio taglio

Il protezionismo alimentare è infatti un’arma a doppio taglio. Certo, bloccando l’export i Paesi produttori si assicurano l’approvvigionamento alimentare a prezzi contenuti. Ma allo stesso tempo penalizzano gli agricoltori locali, che non riescono più a raggiungere i lucrativi sbocchi commerciali esteri. Sui mercati internazionali si rischia poi di innescare una pericolosa escalation di “guerre doganali” con altri Paesi, alimentando inflazione e strozzature nella supply chain globale.

 

Spettro carestia in Africa e Asia

Chi fa le spese del nascente protezionismo alimentare? Un po’ tutti, ma in particolare i Paesi poveri. Già prima della pandemia l’Africa era costretta a importare l’85% del cibo. Ora si trova a fare i conti con una “tempesta perfetta” fatta di colli di bottiglia nelle catene di fornitura globali, ondate di siccità e prezzi agricoli alle stelle. «Non dimentichiamo che in Africa la carestia porta a pesanti contraccolpi sul fronte della stabilità politica: la crisi alimentare del 2007 innescò le primavere arabe», sottolinea Tentori.

E anche l’Asia ricorda bene l’incubo che si è materializzato quindici anni fa, quando i grafici delle commodities alimentari si impennarono in tutto il mondo per il boom del prezzo del petrolio e le ondate di siccità. Il risultato? Solo nei primi quattro mesi del 2008 il prezzo del riso triplicò, innescando un blocco biennale dell’export di riso non basmati da parte dell’India, all’epoca il secondo maggior esportatore mondiale. Furono anni molto duri per i Paesi emergenti asiatici, per i quali le crisi alimentari sono diventate sinonimo di catastrofe (come l’inflazione per i tedeschi, da Weimar in poi).

 

Cosa accadrà nei prossimi mesi

«In generale in tutto il mondo l’agricoltura è un asset strategico, come chip ed energia - spiega l’economista di AXA IM - : l’ideale sarebbe diversificare le fonti di approvvigionamento, distribuendole tra diverse aree geografiche, ma i maggiori produttori mondiali di derrate alimentari sono comunque soprattutto Paesi emergenti, caratterizzati da sistemi politici instabili».

Intanto da inizio anno l’indice generale delle materie prime monitorato da Bloomberg è salito di oltre il 20%, toccando i massimi a metà maggio a +30% dopo una grande accelerazione nelle prime settimane di guerra. Rispetto a due anni fa l’aumento è di circa il 110%. E potrebbe non essere finita: un’estate arida rischia di innescare un ulteriore shock sui prezzi. Con un nuovo effetto domino su protezionismo alimentare, inflazione e instabilità dei Paesi poveri.

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