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Ambiente

In fuga dal global warming: le migrazioni climatiche cambieranno il nostro pianeta

  • 03 Dicembre 2021 (3 min di lettura)

Secondo la Banca Mondiale, entro il 2050 ben 216 milioni di “profughi climatici” saranno costretti ad abbandonare le loro case. Un’emergenza demografica senza precedenti, già iniziata e che va gestita a livello mondiale.

I muri costruiti sui confini orientali dell’Europa o su quelli meridionali degli Stati Uniti serviranno a poco. Le migrazioni alle quali assistiamo oggi rappresentano solo un cubetto di ghiaccio rispetto all’iceberg dei futuri spostamenti di popolazioni innescati dal climate change. Dovremo fare i conti con un esodo biblico, che nei prossimi decenni rischia di cambiare volto al nostro pianeta: secondo un recente report della Banca Mondiale entro il 2050 i profughi climatici toccheranno quota 216 milioni (che scendono ad “appena” 44 milioni nello scenario più favorevole di stabilizzazione del riscaldamento globale).

Il fenomeno, preoccupante di per sé, si innesta sull’aumento della popolazione mondiale, destinata entro il 2100 a salire dagli attuali 7,8 miliardi a ben 11 miliardi di persone. Questa marea umana sarà costretta dal cambiamento climatico a vivere in spazi ridotti e con minori risorse per il proprio sostentamento. Nei soli Stati Uniti, secondo uno studio del Pew Research Center, nel 2065 gli immigrati rappresenteranno il 36% della popolazione, il doppio rispetto al 1965 e un considerevole aumento rispetto al 26% di oggi.

La fuga da eventi climatici estremi è già in corso

Non c’è tempo da perdere perché il problema è già qui. Secondo una recente analisi della Federazione Internazionale della Croce Rossa, la maggior parte delle oltre 30 milioni di persone che nel 2020 hanno dovuto abbandonare le loro case lo ha fatto per sfuggire a eventi climatici estremi. Qualche esempio: le ondate di siccità in Honduras e Guatemala, gli uragani nei Caraibi, le alluvioni nella fascia subsahariana del Sahel, ma soprattutto le inondazioni monsoniche in Bangladesh, che negli anni recenti secondo la Banca Mondiale hanno costretto alla fuga qualcosa come otto milioni di persone. Una massa di profughi climatici (mezzo milione l’anno secondo il ministero degli Esteri del Paese asiatico) che si stanno riversando in aree urbane come quella della capitale Dacca, ormai al collasso con 21 milioni di abitanti accalcati nelle baraccopoli in condizioni igienico-sanitarie precarie. Per adattarsi al climate change i Paesi in via di sviluppo avrebbero bisogno di almeno 40 miliardi di dollari l’anno, rivela uno studio dell’International Institute for Environment and Development, anziché dei 5,9 miliardi che ricevono attualmente.

L’emergenza demografica legata all’esodo di centinaia di milioni di persone rappresenta una sfida forse persino più impegnativa di quella della riduzione delle emissioni, ma a livello istituzionale viene spesso sottovalutata. In un pianeta afflitto dal cambiamento climatico è invece indispensabile una strategia globale per la redistribuzione della popolazione. Mentre Africa e Sudamerica continueranno a perdere milioni di migranti, l’invecchiamento demografico imporrà a Paesi ricchi come quelli europei o nordamericani (ma anche alla stessa Cina) di aprire le porte a nuovi lavoratori. Il Pew Research Center prevede entro il 2065 un incremento della popolazione statunitense a quota 441 milioni dagli attuali 324 milioni, aumento che sarà per l’88% legato ai nuovi immigrati e alla loro prole.

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Fonte: stime Banca Mondiale

Coordinamento internazionale inesistente

Tutti questi problemi possono essere gestiti, le possibilità non mancano: in Canada e in Russia, per esempio, esistono territori sconfinati e spopolati che potrebbero accogliere i profughi del global warming. Ma a monte è necessario un forte coordinamento strategico internazionale, che al momento risulta inesistente. Alcuni Paesi come la Bielorussia o la Turchia, al contrario, utilizzano i migranti come arma di pressione politica contro l’Europa.

Lo stesso status legale di “profughi climatici” al momento è poco definito, almeno a livello di normativa internazionale, nonostante il problema sia stato sollevato durante le trattative degli Accordi di Parigi del 2015 e successivamente dalle Nazioni Unite nel 2018. Il risultato di questa inazione è che i milioni di migranti costretti dal global warming ad abbandonare i propri Paesi non riescono nemmeno a ottenere gli stessi diritti e la stessa protezione dei rifugiati. Senza le fondamenta di una cornice legale per riconoscere i “profughi climatici”, è difficile costruire una gestione internazionale delle migrazioni che ci aspettano nei prossimi anni. Ma il tempo stringe, e anche sui maxi spostamenti di popolazioni - come sulla temperatura del pianeta Terra - il rischio è di arrivare presto a un punto di non ritorno.

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