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Come il dilemma dei dati ESG può risultare premiante per un investitore attivo e impegnato

  • 04 Marzo 2022 (5 min di lettura)

Se riesci a misurarlo, puoi anche gestirlo. Nel settore degli investimenti responsabili, per quanto ormai affermato nella pratica, è ancora d'obbligo una gestione attenta e analitica per cogliere il senso di dati a volte contrastanti e di difficile comparazione.

Per alcuni elementi esistono parametri incontestabili. Possiamo ad esempio comparare direttamente la diversità di genere all'interno dei CdA. Possiamo decidere di escludere le società che risultano altamente controverse sulla base di dati di terzi affidabili. Ma se vogliamo investire in modo davvero responsabile, dovremo abituarci ad attingere a diverse fonti, verificando e valutando la credibilità dei provider esterni e sviluppando un efficace sistema di esame interno.

Se in passato il problema era la carenza di dati attendibili su aspetti ambientali, sociali e di governance (ESG), oggi siamo in balia di numerose fonti di informazioni, in gara tra loro per attirare la nostra attenzione. Ma non esistono ancora regole fisse e incontestate su quali siano i dati da inserire nei rapporti di sostenibilità. Così le società finiscono spesso per chiedere conferma ai loro azionisti, ai loro consulenti o alle agenzie di rating ESG. E mancando un modello certo dei dati da riportare, c'è chiaramente il rischio che vengano omessi dati cruciali – e questo potrebbe avere come effetto l'attribuzione di un basso punteggio ESG.

 

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C'è inoltre un altro problema rispetto alle dimensioni. Le grandi società petrolifere, per esempio, hanno la possibilità di pubblicare ogni anno rapporti di sostenibilità di centinaia di pagine, la cui realizzazione richiede enormi quantità di dati e ingenti risorse umane. In termini relativi, ciò potrebbe penalizzare le società più piccole e con minori risorse, che non hanno disponibilità finanziarie sufficienti ad assumere un esercito di specialisti ESG con il compito di raccogliere, organizzare e pubblicizzare le loro credenziali di sostenibilità. La conseguenza involontaria di tale situazione potrebbe essere la concentrazione degli investimenti sostenibili in società a più alta capitalizzazione.

 

Punteggi e non solo

È importante che gli investitori non si adagino troppo su un approccio che, all'apparenza, potrebbe sembrare semplice. In sintesi, non esiste una scorciatoia per investire in modo autenticamente responsabile. A noi piace integrare l'analisi di sostenibilità nel processo di costruzione del portafoglio – in modo da assicurare ai fattori ESG una posizione centrale già in partenza.

Affidare l'analisi ESG a tutti i team d'investimento, e non a un gruppo di lavoro separato, è l'opzione che secondo noi funziona meglio. Nel nostro caso, questo approccio, che vede coinvolti più di 40 analisti di credito, ci ha consentito di assicurare l'allineamento del 90% dei fondi idonei - azionari, obbligazionari e multi-asset - con le disposizioni più stringenti del regolamento europeo relativo all'informativa sulla sostenibilità nel settore dei servizi finanziari (SFDR).

I punteggi ESG hanno subito una certa evoluzione e rappresentano uno strumento utile per orientare le decisioni d'investimento, oltre a consentire  la selezione delle società migliori nella loro categoria. In AXA IM partiamo dai punteggi MSCI come base, ma poi cerchiamo di integrare questi dati con ulteriori verifiche. La nostra ricerca interna si aggiunge al sistema MSCI in modo da riuscire a espandere l'universo di copertura, da un lato, e risolvere alcune delle incongruenze che ancora esistono in quest'area, dall’altro. Questo ci sembra l'unico modo praticabile per valutare realmente le credenziali ESG degli emittenti: abbinando analisi qualitativa e ricerca quantitativa.

Così, nel nostro caso specifico, se un gestore di portafoglio ha motivo di dubitare di un punteggio ESG, potrà chiedere a uno dei nostri analisti ESG di condurre un'analisi approfondita, che sarà poi sottoposta al parere di un comitato di cui fanno parte i responsabili della ricerca dei vari settori. Sarà il comitato a decidere se sia o meno necessario rivedere il rating in positivo o in negativo. Un ambiente di questo tipo – in cui i dati vengono messi in discussione e verificati – rispecchia la nostra idea di come si debba porre un investitore rispetto ai dati ESG.

 

Tracciamento delle emissioni

Consideriamo nello specifico la questione del clima – argomento alquanto spinoso. I fondi pensione si stanno muovendo verso la decarbonizzazione dei portafogli, spinti dai cambiamenti normativi, dalla volontà dei soci o dalle forze pro-ambiente che stanno agitando i mercati. La questione è come gestire e misurare quel processo.

 

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Le emissioni assolute sono un importante punto di partenza e rappresentano un parametro fondamentale per l'allineamento di un portafoglio agli obiettivi net zero. L'intensità di carbonio media ponderata è una misura che consente all'analisi di concentrarsi sulla relazione tra le emissioni e un fattore comune come i ricavi. Quasi tutti conoscono il concetto di impronta di carbonio, che per i fondi pensione può misurare le emissioni totali per milione investito. Tutti e tre i parametri ci danno però un'istantanea limitata nel tempo, un'immagine fissa. Noi crediamo invece che sia importante ampliare le nostre vedute, considerando i progressi in termini di riduzione delle emissioni, sia a livello di singola azienda che di  portafoglio.

Per riuscirci, gli investitori possono valutare i dati a partire dalla Transition Pathway Initiative (TPI), iniziativa guidata da un gruppo di titolari di asset, che assegna punteggi alle imprese in base al loro grado di preparazione all'economia low carbon. È un sistema di punteggio moderno, specifico e disponibile gratuitamente – il suo unico vero inconveniente è che considera soltanto i settori dei più grandi emettitori. In particolare, non copre le società finanziarie, che potrebbero finanziare questi grandi emettitori.

Se utilizziamo questo tipo di dati in abbinamento al lavoro della Science-Based Targets initiative (SBTi), potremo farci un'idea abbastanza corretta dei possibili progressi di un'azienda nel processo di decarbonizzazione (la SBTi controlla e valida i target delle società rispetto agli obiettivi climatici dell'Accordo di Parigi, coprendo più settori rispetto alla TPI).

 

Dialogare attivamente

L'allineamento con quegli obiettivi, comunque, è solo un aspetto, ed è essenziale che gli asset manager si concentrino anche sugli obiettivi finanziari dei portafogli dei loro clienti. Uno strumento utile in questo senso è il Climate Value at Risk (CVaR), nonostante il nome un tantino ingannevole. Si tratta, in effetti, di uno strumento per l'analisi di scenario che misura quanto un portafoglio può perdere se scontiamo integralmente già oggi i rischi climatici. Gli investitori possono servirsi del CVaR per identificare i principali fattori di rischio e per comprendere meglio i loro potenziali impatti finanziari. Un aumento del prezzo del carbonio, per esempio, potrebbe portare subito scompiglio nel modello di business dei grandi emettitori.

Questo approccio generale rispecchia l'esigenza di associare aspetti qualitativi e quantitativi, ed è evidente che qualsiasi valutazione di fattibilità dei piani di riduzione delle emissioni debba in parte basarsi su una valutazione della qualità del management – rispetto alla capacità di dare risultati. Offre evidenti vantaggi agli investitori che si dedicano seriamente a un'attività di engagement mirata. Si tratta di un altro aspetto della gestione attiva che non può essere replicato da chi utilizza un approccio passivo. In un universo in cui i target ESG in generale – e gli obiettivi climatici in particolare – possono evolversi rapidamente e sono difficili da definire, gli investitori devono avere un'idea chiara della qualità del management, e allo stesso tempo una conoscenza approfondita dei dati sottostanti che determinano e definiscono la performance ESG.

I dati che guidano l'investimento responsabile sono migliorati nel giro di poco tempo. Ma non sono ancora perfetti. Ci sono ancora relativamente pochi elementi di comparazione in ambito ESG capaci di competere con la semplicità delle metriche puramente finanziarie. Ciò nonostante, un asset manager attivo e impegnato nel dialogo con le società in cui investe oggi ha sufficienti fonti alle quali attingere, e può così costruire portafogli con una certa protezione dai rischi ESG, individuando potenziali aree di opportunità in ottica di allineamento con gli obiettivi dell'Accordo di Parigi.

I dati ESG utilizzati nel processo d’investimento sono basati su metodologie ESG che in parte utilizzano dati di terzi, mentre in alcuni casi sono sviluppate internamente. Tali metodologie sono soggettive e possono variare nel tempo. Nonostante diverse iniziative, l’assenza di definizioni armonizzate può rendere eterogenei i criteri ESG. In questo senso, le diverse strategie d’investimento che utilizzano criteri ESG e che pubblicano dati ESG sono difficilmente comparabili tra loro. Le strategie che integrano criteri ESG e quelle che integrano criteri di sviluppo sostenibile possono utilizzare dati ESG apparentemente simili ma che devono essere distinti in quanto il metodo di calcolo utilizzato potrebbe essere diverso.

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